Nelle tendopoli, perché nessuno resti da solo

Nelle tendopoli, perché nessuno resti da solo
Il lunedì di "pasquetta" sono andato a L'Aquila; volevo esprimere la mia vicinanza a tutti i fratelli e le sorelle che hanno subito la tragedia del terremoto ma in particolare desideravo incontrare don Dante, l'incaricato diocesano di pastorale giovanile fino a settembre 2008, e don Dino, il nuovo sacerdote responsabile. Don Dante è parroco di Pettino, una periferia de L'Aquila; la sua parrocchia è diventata un centro operativo importante. Don Dino mi ha portato nel campo allestito dalla Protezione Civile dove attualmente vive, a Collefracido, una delle sue tre parrocchie; nel campo vivono circa 140 persone divise in tende da 8 posti. A cena ero seduto a fianco di una signora di 82 anni. Mi ha raccontato di aver trascorso in macchina le prime notti dopo la grande scossa; ora dorme in tenda. Mentre ero al campo sono arrivate le brandine; di notte fa freddo perché il paese è a 800 metri sul livello del mare ed il Gran Sasso e il monte Velino sono ancora coperti di neve. Le famiglie con i bambini sono state trasferite negli alberghi del litorale adriatico. Mentre mangiavamo la minestra è arrivata una scossa, breve ma intensa. La signora mi ha detto che lei prega Sant'Emidio, protettore della popolazione contro il terremoto; aveva imparato a farlo da sua madre. Prima di cena abbiamo celebrato la S. Messa, sotto un grande tendone bianco della "Caritas"; non tutti hanno partecipato alla liturgia ma è stato un momento molto bello; mi sono accorto di quanto sia vera la frase "La comunità cristiana fà l'Eucarestia e l'Eucarestia fà la comunità cristiana"; adulti, anziani e giovani, preti e laici, uomini e donne, tutti eravamo stretti intorno a Gesù. Una giovane, al termine della S.Messa mi ha detto: "Siamo contenti che don Dino sia in mezzo a noi". Poco prima della celebrazione una signora mi ha accompagnato a vedere le case crollate fra le quali la sua e quella del parroco. Nel tempo fra la Messa e la cena, chi non era impegnato a cucinare o a fare altre cose, si è raccolto intorno al fuoco, seduti sulle panchine di ferro prese dalla piazza del paese; da sette giorni il fuoco ardeva ininterrottamente. Alla luce delle fiamme alcuni raccontavano storie, altri parlavano della situazione dei propri familiari che erano altrove. C'erano anche dei giovani in quella piccola tendopoli; sono stato bene fra quelle persone semplici, silenziose, provate dalla stanchezza di una settimana vissuta fuori casa e dal lutto per parenti, amici o solo conoscenti, ma disponibili a stare insieme. E' questo il vero grande desiderio di ogni uomo e di ogni donna: non essere soli nelle difficoltà e quindi in tutta la vita. Ai 295 angeli che il sisma ha portato in cielo, chiediamo di aiutarci a capire che vivere con uno spirito comunitario è bello perché profondamente umano e quindi cristiano.

don Nicolò Anselmi
don.nico@libero.it

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