L’«invenzione» di Wojtyla ha incontrato la voglia di farsi missionari a casa propria

Nemmeno le più grandi e geniali intuizioni nascono dal nulla. E tantomeno sul nulla potrebbero attecchire, fiorire e portare frutto. Così per le Gmg. La lungimirante invenzione di Giovanni Paolo II non è caduta su un terreno arido. Negli anni '80 la pastorale giovanile aveva già imparato a respirare aria nuova. Tante le palestre: gli incontri internazionali di Taizé, le Mariapoli dei focolarini, i Jamboree degli scout... I giovani italiani e del mondo iniziavano ad assaporare il fascino della scoperta, del viaggio. Il desiderio di incontrarsi, di scambiare esperienze significative, di condividere la fede era nell'aria. Si registravano, però, itinerari formativi frammentari o contraddittori. Da un lato persistevano proposte pastorali ancorate a modelli catechistici ormai superati, slegate dalla vita; dall'altra percorsi concentrati sulla dimensione sociale e psicologica, timidi e talvolta imbarazzati nell'annunciare il Vangelo e la persona di Gesù. Un terreno variegato, sul quale la novità delle Gmg ha affondato le radici con insospettata rapidità.
Tanto che il modo di fare pastorale ha cominciato subito a cambiare, a trovare nuovi spazi e nuovi stimoli. Sono stati i giovani stessi a trascinare i loro formatori, talora diffidenti. La novità proposta dal Papa ha trovato riscontro in un'esigenza diffusa nella 'base' che Giovanni Paolo ha saputo leggere e interpretare.
Proprio questa rilettura della condizione giovanile in relazione alla fede ha inciso solchi profondi. «Ogni operatore della pastorale giovanile - ha scritto il cardinale Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio consiglio per i laici, introducendo un libro sulla storia delle Gmg - deve scoprire lui stesso l'essenza e l'importanza della giovinezza nella vita di ogni persona... Solo chi ha fatto questa scoperta si dedica alla pastorale giovanile 'con il cuore', non si risparmia, mette a disposizione dei giovani tutte le sue energie, li cerca con ogni mezzo possibile, li accompagna come amico e maestro, e li ascoltare. Il Papa venuto da lontano ci ha dato un esempio straordinario in questo senso». A 25 anni di distanza dalla Gmg numero uno i frutti ci sono, eccome. I ragazzi di allora ora sono padri e madri di famiglia, educatori, sacerdoti e religiose. Forse tra loro si nasconde anche qualche giovane vescovo. La pastorale giovanile, da quella nazionale a quella della più piccola parrocchia, ha imparato a ritmarsi sul tempo del mondo aprendo cantieri e 'laboratori della fede' dove i giovani possono trovarsi e ritrovarsi. Soprattutto ha imparato a uscire allo scoperto, ad andare incontro, a farsi missionaria tra la pareti di casa. E questa cosa l'hanno capita anche i giovani credenti che, nel loro cammino di fede, pur tra dubbi e incertezze, non rinunciano al confronto, all'annuncio di quella gioia profonda che l'incontro con Cristo genera nel cuore. Senza, tuttavia, nascondere quella croce che delle Giornate è divenuta l'icona peregrinante.
L'esperienza delle Gmg, in 25 anni, è maturata ma non invecchiata. Così come sempre attuale resta l'inno composto per la prima edizione, le cui parole conclusive suonano come un mandato di speranza per la chiesa giovane del terzo millennio: «Davanti a noi l'umanità/ lotta, soffre e spera/ come una terra/ che nell'arsura/ chiede l'acqua da un cielo senza nuvole/ ma che sempre le può dare vita/ Con Te saremo sorgente d'acqua pura/ Con Te tra noi il deserto fiorirà».

PATRIZIO R IGHERO

 

 

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